La corporate social responsibility (CSR), viene definita dal Business Dictionary, come il senso di responsabilità che un’impresa o qualsiasi altro soggetto business dimostra verso la comunità e l’ambiente, inteso sia proprio come ambiente naturale e geografico sia come contesto sociale, in cui opera.

Stando a questa stessa definizione, la CSR si configura insomma come una forma di cittadinanza che le imprese, le organizzazioni complesse e i soggetti lucrativi possono esprimere provando a ridurre il numero di processi che inquinano o producono rifiuti, per esempio, o partecipando a programmi educativi e sociali e, più in generale e semplificando, restituendo alla società e al contesto in cui operano, seppure in forma diversa, quelle risorse che sfruttano per portare avanti la loro attività.

In una sua comunicazione del 2011 (la numero 681, concernete appunto la Strategia rinnovata dell’UE per il periodo 2011-14 in materia di responsabilità sociale delle imprese), la Commissione Europea, del resto, definiva la corporate social responsibility (o responsabilità sociale d’impresa) come «la responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società».
Non era la prima volta che l’organo europeo interveniva sul tema: già nel 2001, in un Libro Verde (“Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese”), si parlava di CSR in termini di «integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate» e più tardi, a partire dal 2013, la Commissione è tornata più volte e con vicende alterne sull’obbligo di rendicontazione delle informazioni e dei risultati non finanziari raggiunti dalle imprese.

Già da questo ci si comprende come il concetto stesso di responsabilità sociale d’impresa sia notevolmente cambiato nel tempo.

Senza scendere nei dettagli del dibattito teorico venutosi a creare in materia, se all’inizio progetti e iniziative di CSR erano velleitari o frutto di una qualche forma di autoregolamentazione – anch’essa, comunque, come suggerisce il termine, spontanea – di settore, nel tempo sono intervenuti obblighi e imposizioni normative che hanno spinto le aziende verso una maggiore, necessaria compliance a livello sociale. Sono obblighi e imposizioni normative difficili da riassumere in maniera unitaria perché, salvo interventi comunitari come quelli che riguardano l’Unione Europea, variano profondamente di paese in paese, anche in considerazione delle condizioni del mercato e di aspetti legati alla cultura aziendale.

In Italia, per esempio, non ci sono solo norme e requisiti di derivazione comunitaria, ma la CSR sembra inserirsi in un quadro di tutela costituzionale. L’articolo 41 della Costituzione Italiana, infatti, definisce «libera» l’iniziativa economica privata a patto che non si svolga «in contrasto con l’utilità sociale» e fa accenno a «programmi e controlli» che indirizzino questa stessa iniziativa economica a «fini sociali». Proprio in questo senso leggi e sentenze della Consulta sono intervenute, negli anni, elencando beni, ambiti e principi (come il garantire la protezione della salute umana, la conservazione delle specie animali e vegetali, dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio culturale) che possono costituire un’eccezione al principio della libera iniziativa economica.

Considerata, insomma, la doppia natura – di vocazione dell’impresa da un lato e dall’altro di parametro legale da rispettare – della corporate social responsibility, non stupisce che gli esperti in materia siano abbastanza d’accordo oggi nel definirla come una «international private business self-regulation» (letteralmente auto-regolamentazione internazionale dei business privati).

Quando non esistono però chiari vincoli normativi e legali, perché puntare su progetti e strategie di CSR?
Qualche volta è la mission stessa dell’azienda che implica un suo coinvolgimento, quasi spontaneo, in temi e questioni di una certa rilevanza sociale.

A seconda del business coinvolto, le operazioni di responsabilità sociale possono essere insite negli stessi processi e asset aziendali: si pensi, per esempio, alle filiere dei prodotti responsabili, soprattutto in mercati come l’alimentare o il tessile. In altri casi possono essere un CEO o un board particolarmente sensibili rispetto a determinati argomenti o devoti a una particolare causa a guidare l’azienda verso progetti di questo tipo. Qualche volta, invece, è soprattutto per riuscire ad avere un buon impatto sui propri stakeholder  – che siano investitori, decisori pubblici, clienti o dipendenti poco importa –che si sceglie questa via.

In ogni caso, un buon piano di corporate social responsibility è sempre un importante biglietto da visita per l’azienda, spesso non a caso sfruttato per le proprie strategie di comunicazione e di marketing.

I più critici non mancano di far notare, però, come la CSR possa talvolta trasformarsi in forme di socialwashing: attraverso iniziative che hanno esternalità positive a livello sociale, ambientale, culturale, alcune aziende potrebbero cercare di distogliere l’attenzione pubblica dal reale impatto (negativo) del loro business sulla vita associata. Di una particolare forma di socialwashing, il cosiddetto greenwashing , sono state accusate per esempio diverse imprese che hanno sviluppato progetti di responsabilità sociale nel campo della sostenibilità ambientale pur — o proprio perché — operando in campi ad alto impatto e alto rischio ambientali o essendo state protagoniste in precedenza di incidenti che avevano rischiato di compromettere l’ecosistema.